Viaggio Rajasthan - donne con sari colorati

Viaggio in Madagascar - Max


Il Nord

Arriviamo a Diego Suarez nella mattinata, la città chiamata Antsiranana dai malgasci, si affaccia su un’immensa baia la seconda per dimensioni al mondo, dopo quella di Rio de Janeiro e per certi aspetti simile: anche qui abbiamo un Pan de Sucre al centro della baia! Certo la città è molto più piccola di Rio e certamente meno popolata, anzi: dopo la partenza dei francesi avvenuta nei primi anni ’60 che avevano nella città una guarnigione militare, nella parte coloniale della città si respira un’aria d’abbandono e di trascuratezza che traspare nel cattivo stato di conservazione degli edifici.

Tuttavia proprio durante la nostra vacanza notiamo un rifiorire d’attività, indice di una presa in possesso della città da parte dei malgasci: si costruiscono alberghi (il turismo è sicuramente in espansione nella zona), e si riparano edifici. Diego è anche il terzo porto del Madagascar per importanza, ed è importante per la pesca, l’industria di conservazione del pesce e l’artigianato.

Grazie allo sviluppo dell’artigianato locale si possono fare buoni affari acquistando nelle botteghe articoli in bambù, ferro, legno, e corno di zebù: qui abbiamo trovato i prezzi più bassi di tutto il Madagascar.

Tutto sommato Diego mi sembrata una città gradevole e più vivibile di Tananarive che è un po’ troppo caotica e con tutti i problemi tipici di una capitale del terzo mondo.

Ci spostiamo nella località balneare di Ramena a 40 minuti dalla città ma sempre all’interno della baia, la spiaggia è carina ma non favolosa. Dopo aver trascorso il pomeriggio sulla spiaggia ci trasferiamo nel gruppo di bungalow scelti per il nostro pernottamento a qualche chilometro da Ramena. La mattina successiva partiamo per un’escursione in barca che c’è stata consigliata in loco, si tratta del Mar d’Emeraude, un tratto di mare poco profondo dal colore meraviglioso circondato da piccole baie idilliache con sabbia bianchissima che si trova appena fuori della baia: l’unico problema è che per raggiungerlo bisogna necessariamente attraversare la baia vicino all’imboccatura dell’oceano e l’onda lunga all’ingresso della baia solleva e fa rollare la nostra barchetta in modo preoccupante! Ma niente paura, la barchetta è inaffondabile: basta saper prendere bene le onde, il nostro marinaio fortunatamente sa il fatto suo. Superato il punto critico ammiriamo il colore del mare e raggiungiamo una spiaggia a ridosso della scogliera che ci protegge dall’oceano e dove mangiamo pesce buonissimo appena pescato dai nostri marinai. Al ritorno, ripetiamo la traversata dopo una sosta per lo snorkeling ed approdiamo alla spiaggetta di Ramena giusto in tempo per ripartire alla volta della Montagne d’Ambre, un massiccio d’origine vulcanica che si eleva a circa 50 km a sud di Diego Suarez, sede di un parco nazionale. Dopo un’ora di viaggio raggiungiamo la località nella quale pernotteremo: un gruppetto di bungalow di legno appena fuori dell’abitato di Joffreville, sulle pendici della montagna. La cittadina di Joffreville fondata dai francesi, mostra un’aspetto un po’ decadente, anche qui ville e villette in stile coloniale abbandonate e cadenti; il terreno molto fertile, permette facilmente la produzione agricola d’ortaggi e frutta che alimentano i mercati di Diego Suarez. Il nostro alloggio è incantevole: un terrazzamento naturale sopra la baia di Diego dal quale lo sguardo può correre indisturbato dall’Oceano Indiano ad est, al canale di Mozambico ad Ovest. Gli alisei in questa stagione soffiano incessantemente dall’oceano verso la montagna, e nel risalirne le pendici cedono la loro umidità alla pioggia, facendo della Montagne d’Ambre uno dei posti più piovosi del Madagascar: oltre 3500 mm di piaggia l’anno. Tuttavia la nostra buona stella non ci abbandona, durante la nostra permanenza non prenderemo nemmeno una goccia di pioggia! La pioggia e l’umidità fanno di questa montagna un’isola di foresta pluviale ricca di vita: lungo i sentieri che si snodano all’interno del parco s’incontrano tre cascate, circondate da una rigogliosa foresta, tra i grandi alberi svettano il Canariun Madascariensis caratterizzato da larghe costole alla base del tronco simili ai contrafforti delle nostre cattedrali, ed il palissandro. Numerosissime felci arboree costeggiano il sentiero, orchidee epifite penzolano dai tronchi insieme alle liane dei rampicanti. Durante il percorso del mattino, per nulla impegnativo sotto l’aspetto fisico, incontriamo una famiglia di lemuri intenti a nutrirsi di bacche sui rami degli alberi, incontriamo anche farfalle, gechi e molti camaleonti, che si mimetizzano perfettamente tra la vegetazione, ma sono subito scovati dagli occhi esperti della nostra guida. Nel pomeriggio dopo l’abbondante pic-nic preparato dalle nostre guide, non ancora paghi della tranquilla passeggiata, ci facciamo accompagnare al Lac Mahasarika, uno dei numerosi crateri vulcanici che hanno generato la montagna tre milioni d’anni fa. Per raggiungere i circa 1200 m d’altezza scarpiniamo per un’oretta lungo un ripido sentiero, ma in breve raggiungiamo un punto d’osservazione che sovrasta il piccolo bacino circolare. Qui termina il percorso guidato facilmente raggiungibile dai turisti, per raggiungere la vetta della montagna occorrerebbero ancora 4 ore di cammino attraverso sentieri poco battuti e pieni di sanguisughe. Rimandiamo l’impresa ad un altro viaggio e scendiamo lentamente verso Joffreville e quindi la città di Diego Suarez dove trascorreremo la notte.

Al mattino successivo partiamo in direzione Ankify punto di’ imbarco per l’isola di Nosy Be dove trascorreremo l’ultima settimana di vacanza. Ma lungo il viaggio ci sono ancora delle mete interessanti, per prima cosa raggiungiamo un piccolo canyon scavato nell’arenaria nel quale si trovano delle curiose formazioni geologiche: gli tsingy rossi. Centinaia di piccole guglie di arenaria alte da uno a quattro metri occupano il versante del canyon. Le precipitazioni scarse ma intense che raggiungono la zona nella stagione umida sono la causa del curioso fenomeno naturale. Ci aggiriamo nel paesaggio quasi lunare, la temperatura e l’umidità sul fondo sono molto alte. Dopo un pic-nic ci rimettiamo in strada ed attraversiamo la pianura piuttosto popolata anche per il fatto che nella zona ci sono numerose miniere di zaffiri: molti malgasci attratti dalla possibilità di un veloce arricchimento si sono trasferiti nelle cittadine circostanti le miniere, tuttavia la vita del minatore in Madagascar non è né facile né agiata, il lavoro si svolge in condizioni difficili e molto pericolose e spesso il guadagno che se ne ricava non giustifica le difficili condizioni di vita.

Noi, superata la zona degli zaffiri raggiungiamo il tratto di strada che attraversa il parco dell’Ankarana. Lorenzo, la nostra guida, ci offre ospitalità in un gruppo di bungalow, fatti costruire da lui all’ ingresso del parco. Certo, sono piuttosto spartani, senza acqua corrente ne bagno, ma sono puliti ed ordinati e pernottare lì ci permetterà di risparmiare alcune ore di viaggio per raggiungere Ambilobe, e soprattutto ci permetterà di visitare meglio il parco dell’Ankarana. Entriamo per la prima volta nel parco di pomeriggio. Visitiamo i piccoli Tsingy, questi d’origine calcarea che sono vicini all’ingresso del parco e subito dopo ci spostiamo nelle grotte dell’Ankarana.

Le grotte interessanti sia sotto l’aspetto naturalistico che quello storico, servirono da rifugio al popolo di questa regione, gli Antankarana, assediato dalle armate dei Merina: l’assedio durò tre anni! Oggi le grotte sono abitate da moltissimi pipistrelli, e le due grotte che visitiamo ne contengono due specie diverse. Molto belle le conformazioni calcare: stalattiti e stalagmiti ornano l’interno della prima cavità che visitiamo, e che possiamo percorrere per ca. 200 metri; la grotta è molto più lunga, ma per proseguire oltre sarebbe necessaria attrezzatura ed esperienze speleologiche. Noi illuminando le pareti con la sola luce delle torce tascabili agitiamo un poco il riposo dei mammiferi alati che svolazzando tra le volte della caverna danno vita ad un’atmosfera un po’ surreale. La seconda grotta dall’ingresso più ampio contiene pipistrelli più grandi, non possiamo penetrare molto perché il percorso è piuttosto scivoloso e naturalmente anche qui non ci sono attrezzature o appigli che aiutino il procedere nel buio, anzi, dobbiamo stare attenti a dove mettere le mani: alcuni grossi ragni vivono sulle pareti della grotta.

Uscendo dalle grotte e risalendo il ripido sentiero che ci riporta all’aria aperta notiamo che la temperatura e l’umidità della cavità sono sensibilmente più alte: è stato un bene visitarle durante la serata, non oso immaginare quanto caldo possa fare qui nella stagione estiva. Alcuni lemuri ci osservano curiosi dall’alto dei loro rami. Spostandoci a piedi verso l’uscita del parco raggiungiamo un inghiottitoio, dove il fiume, ora asciutto, sparisce nelle cavità della terra. La natura calcarea del suolo spiega l’esistenza di questo sistema di grotte e fiumi, e gli stessi Tsingy, piccole piramidi di roccia calcarea, sono originati dall’erosione delle rocce superficiali da parte della pioggia.

Torniamo ai nostri bungalow, e dopo un’ottima cenetta a lume di candela (naturalmente qui non c’e’ corrente elettrica) nella baracca-ristorante di Lorance andiamo a dormire all’ora delle galline (in realtà loro dormivano 10 metri più avanti). La mattina appena fa chiaro ci alziamo e dopo la colazione siamo pronti a ritornare nel parco: ci aspetta un’ora di cammino attraverso il bosco per raggiungere una collina, punto d’osservazione panoramico sull’Ankarana. Il bosco qui ha caratteristiche molto differenti rispetto alle foreste pluviali dell’est: ora siamo nella stagione asciutta e di giorno fa molto più caldo, naturalmente anche la vegetazione più rada, ne risente. Troviamo un piccolo lemure notturno che dorme nell’incavo di un tronco, non è facile poterli osservare e ne approfittiamo per fotografarlo. Dal punto d’osservazione possiamo godere di un bellissimo panorama: verso ovest oltre un tratto di foresta, ci sono migliaia di Tsingy, ed oltre le colline vediamo un tratto del canale di Mozambico; riusciamo anche ad individuare qualche isola, probabilmente le Mitsio. La cosa che mi impressiona di più è poter osservare chilometri e chilometri quadrati di territorio senza traccia di presenza umana. Torniamo alla strada in tarda mattinata salutiamo Lorenzo e riprendiamo il pulmino per arrivare ad Ambilobe ad ora di pranzo. Visitiamo la cittadina e il suo mercato coloratissimo, compriamo una gustosa noce di cocco che ci mangiamo per la strada e notiamo che siamo gli unici turisti in tutta la città. Dopo pranzo ripartiamo alla volta d’Ankify che raggiungiamo al tramonto del sole. Ceniamo e dormiamo all’Hotel La Mer gestito da una simpatica signora tedesca. Al mattino siamo pronti ad imbarcarci su una piccola e velocissima lancia e raggiungere dopo mezz'ora di traversata l’isola di Nosy-Be.